09
Mag

Corso di percussioni africane a Palermo!

Al Janub vi informa che nella nostra sede (per chi non la conoscesse, la “Casetta della Cooperazione”) si tiene un corso di percussioni africane per livello principiante, intermedio ed avanzato…per qualsiasi informazione : 340-6835312

clicca qui per trovare la nostra sede

09
Mag

“Terza Fermata: Medio Oriente” Seconda puntata…

Al Janub vi invita tutti alla seconda serata della rassegna “Terza Fermata: Medio Oriente“.
Dopo PARADISE NOW, adesso è la volta di CAMMINANDO SULL’ACQUA…

L’appuntamento è per Giovedì 15 Maggio 2008 alle ore 21.00
nei locali dell’ Ex Cinema Edison in PIAZZA COLAJANNI N.28 (a pochi passi a piedi da Viale delle Scienze!)

Clicca qui per vedere la mappa

L’ingresso è gratuito ed aperto a TUTTI

E’ previsto un dibattito e la distribuzione di materiale informativo e il sorteggio di alcuni prodotti del COMMERCIO EQUO & SOLIDALE

Spargete la voce e NON MANCATE!!

09
Mag

Concorso fotografico: “Tutti i Sud…in mostra”

Siamo lieti di annunciarvi la realizzazione del nostro primo concorso fotografico: ovviamente il tema del concorso è il Sud del Mondo, e le fotografie dovranno ritrarre momenti vissuti dal partecipante in una propria esperienza in un paese del Sud.

Ecco di seguito il regolamento del concorso:

1) “Tutti i Sud…in mostra” è il 1° concorso fotografico organizzato dal gruppo studentesco Al Janub.

2) Scopo del concorso è stimolare la riflessione sulle tematiche dello sviluppo e del disequilibrio tra centro e periferia del mondo nonché la conoscenza della realtà dei paesi del Sud del mondo, attraverso uno strumento di comunicazione più agile di quelli tradizionali, quale quello della fotografia.

3) Il concorso è aperto a tutti gli studenti universitari che grazie a tirocini, esperienze di volontariato o viaggi di conoscenza, hanno avuto l’occasione di visitare il sud del mondo e vogliono condividere la loro esperienza attraverso il materiale ricavato nei loro viaggi.

4) Il tema sarà… “ tutti i sud in mostra”

5) Le 15 migliori fotografie, scelte ad insindacabile giudizio della giuria, verranno pubblicate su pannelli fotografici ed esposte in mostra il 12 giugno in occasione della terza edizione della manifestazione “Tutti i sud in festa”, organizzata dal gruppo studentesco Al Janub all’interno della cittadella universitaria di Viale delle Scienze, Palermo. La manifestazione, che si svolge ogni anno, è volta a valorizzare tutte le culture presenti nella nostra terra e prevede momenti di danza, musica, cucina e arte dedicati al sud del Mondo. All’interno della manifestazione i vincitori del concorso saranno chiamati a commentare i propri scatti.

6) I panelli fotografici pubblicati diventeranno proprietà del gruppo studentesco Al Janub e andranno a costituire una vera e propria mostra itinerante che verrà utilizzata dal gruppo in occasione di varie manifestazioni e attività di sensibilizzazione su tutto il territorio italiano.

5) Le fotografie partecipanti al concorso devono riportare: nome del fotografo, luogo e data dello scatto, titolo e breve didascalia.

6) Le fotografie devono essere inviate via mail all’indirizzo aljanub@gmail.com entro e non oltre il 20 maggio (salvo eventuali proroghe) oppure consegnate su cd presso la Casetta della Cooperazione, sede di Al Janub, (all’università in viale delle Scienze di fronte la facoltà di economia) tutte le mattine, dalle 9 alle 13. Ogni foto dovrà essere accompagnata dalla scheda di richiesta di partecipazione al concorso.

7) Le foto devono essere inedite, e non aver partecipato ad altri concorsi fotografici.

8 ) Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.

9) Al Janub si riserva il diritto di non visualizzare nel sito e di non ammettere alla partecipazione al concorso le fotografie che ritiene non opportuno accettare per qualsivoglia motivo.

10) Ogni partecipante dichiara di essere autore delle fotografie presentate in concorso, di essere titolare dei diritti sulle stesse e responsabile del contenuto. Ogni partecipante ne autorizza la pubblicazione sul giornalino del gruppo Al Janub, sui blog http://aljanub.wordpress.com e http://aljanub.noblogs.org e su eventuali altri materiali promozionali prodotti dal gruppo nonché l’esposizione all’Università di Palermo in relazione all’evento precedentemente citato o in occasione di altre manifestazioni non profit, sollevando il gruppo studentesco Al Janub da ogni responsabilità. Le immagini non verranno in nessun caso utilizzate a fini commerciali e rimarranno di proprietà dell’autore.

11) La giuria sarà interna al gruppo e si avvarrà del parere di operatori e professionisti della Cooperazione Internazionale.

12) La partecipazione al concorso è a titolo gratuito.

13) Il premio per i primi 15 classificati sarà la pubblicazione della foto selezionata e l’esposizione della stessa nella mostra “Tutti i sud…in mostra”.

14) Tutti i partecipanti al concorso saranno avvisati tramite posta elettronica (se presente) dei risultati.

15) L’associazione si impegna al rispetto della legge sulla privacy.

16) Responsabili del concorso sono Antonio Mangia e Valentina Ricciardo. Per ogni informazione scrivete ad aljanub@gmail.com oppure venite a conoscerci alla Casetta della Cooperazione.

17) Iniziativa realizzata grazie ai contributi universitari per le attività culturali (legge n.429, 3/8/1985).

05
Mag

“Terza Fermata: Medio Oriente”

Il gruppo studentesco Al Janub Tutti i Sud del Mondo ha il piacere di invitarvi all’edizione 2008 della sua rassegna cinematografica:

“Terza Fermata: Medio Oriente“.

Dopo aver attraversato il continente Latino Americano ed Africano, Al Janub vi propone 4 film per riflettere sulle problematiche del Medio Oriente.

Per iniziare… Mercoledì 7 Maggio, ore 21.00 verrà proiettato il film

PARADISE NOW

La storia di due amici palestinesi reclutati come kamikaze; il giorno prima della loro missione decidono di passare il tempo per l’ultima volta in compagnia delle loro famiglie; l’indomani, arrivato il momento fatidico, qualcosa non va e i due che si perdono di vista, dovranno fare i conti con la paura…Prodotto e girato in Palestina.


Gli altri appuntamenti sono:

  • 15/05 “Camminando sull’acqua” di Eytan Fox, Israele 2004

  • 22/05 “Vai e vivrai” di Radu Mihaileanu, Francia 2005

  • 27/05 “La sposa siriana” Francia, Germania, Israele 2004

(ma non mancheremo di ricordarveli!)


La proiezione avverrà nei locali dell’ Ex Cinema Edison, PIAZZA COLAJANNI N.28 (a pochi passi a piedi da Viale delle Scienze!)

L’ingresso è gratuito ed aperto a TUTTI

E’ previsto un dibattito e la distribuzione di materiale informativo e il sorteggio di alcuni prodotti del COMMERCIO EQUO & SOLIDALE

Spargete la voce e NON MANCATE!!


Per informazioni, contattateci all’indirizzo: aljanub@gmail.com

PS: ecco una mappa utile per localizzare il posto:

mappa ex cinema Edison

03
Mag

Bambini di strada in Brasile: un analisi del fenomeno

Si sente parlare di bambini di strada in tutto il mondo, ma esistono differenti caratteristiche tra i paesi. Nei paesi industrializzati, bambini e adolescenti sono a volte così chiamati quando fuggono da casa, nella maggior parte dei casi spinti da conflitti familiari; in questi paesi il fenomeno non assume, dunque, una dimensione sociale.
Nei paesi in via di sviluppo, invece, esistono una molteplicità di fattori “di espulsione” tra loro intercorrelati, tra cui l’assenza di risorse economiche e di opportunità nei contesti d’appartenenza, così come la presenza della violenza nel proprio quotidiano.
Il termine “menino/a de rua” si riferisce a bambini e adolescenti che si trovano in una situazione di vulnerabilità sociale e/o personale e in tali condizioni sono esposti a diversi rischi quali: violenza fisica e sessuale, uso di droga, sfruttamento lavorativo, malnutrizione. Questi bambini possono ancora possedere dei legami con le proprie famiglie ma, data la fragilità delle stesse, trascorrono la maggior parte del loro tempo per strada. È dunque possibile distinguere tra i meninos de rua che vivono costantemente in strada rompendo i legami familiari o con altri adulti facenti le veci dei genitori, e i meninos na rua che trascorrono tutto il giorno lontani da casa per poter aiutare economicamente le proprie famiglie, senza che si sia verificata una completa rottura dei vincoli familiari.
Le cause del fenomeno sono da ricondursi a tre ordini di motivi tra loro interconnessi e consequenziali. La crisi della famiglia in primo luogo. I bambini vengono abbandonati dalle famiglie per motivi economici oppure sono loro stessi che decidono di abbandonare le proprie famiglie a causa di situazioni di disgregazione, violenza e problemi economici. Questo elemento è strettamente relazionato con gli alti livelli di povertà presenti nei paesi del Sud del Mondo, e all’urbanizzazione selvaggia attualmente in corso per la quale oggi il 60% della popolazione mondiale vive nelle città.
I bambini di strada sono dunque privi di appoggi psicologici e affettivi, senza istruzione o con alti tassi di diserzione dal sistema scolastico, dell’accesso ai servizi di salute, senza integrazione sociale. Soltanto l’1% dei bambini di strada riceve qualche aiuto per i propri bisogni primari.
In America Latina esistono alti livelli di partecipazione democratica, decentralizzazione dei servizi, rafforzamento della società civile. È proprio a livello locale a che si concentrano gli sforzi maggiori per affrontare tale problema. Nei quartieri e nelle strade vi sono quotidianamente ragazzi e adulti, professionisti e non, che si impegnano, col fine di offrire agli esclusi una prospettiva di emancipazione sociale: l’aiuto, l’appoggio, l’informazione, l’istruzione. Che siano chiamati operatori sociali, educatori o animatori di strada o ancora lavoratori di prossimità, ciò che li accomuna è il loro impegno regolare per il miglioramento delle condizioni di vita di bambini e giovani vittime delle disuguaglianze sociali.
Nessuno può negare che in Brasile vi sia una grande quantità di bambini di strada. Il lavoro intensivo di questi ultimi 20 anni, dall’approvazione dell’Estatuto da Criança (la legge brasiliana per l’infanzia e l’adolescenza considerata dall’UNICEF come la normativa più avanzata al mondo in tema di protezione dell’infanzia) ad oggi, ha condotto dei risultati ma è ancora lontana la risoluzione del problema. Tuttavia passi in avanti sono stati fatti, in primo luogo per l’attenzione posta al problema e per i risultati legislativi ottenuti . La congiuntura che vivono oggi paesi come il Guatemala o il Messico è molto simile a quella vissuta dal Brasile negli anni ’90. Pertanto, si può utilizzare l’esperienza brasiliana per apprendere sia dai suoi esiti positivi che dalle sue debolezze e per sfatare molti luoghi comuni legati al tema dei bambini di strada. E anche se alcune di queste lezioni sono molto difficili da apprendere, fanno comunque parte della realtà di questo complesso paese. I bambini di strada non muoiono di fame. Sofferenza è comunemente sinonimo di fame, e i discorsi riguardo ai bambini di strada si basano spesso su questa correlazione. Sennonché, degli studi realizzati con molta attenzione, mostrano che i ristoranti, i venditori ambulanti, i negozi e coloro che fanno l’elemosina, forniscono delle risorse ai bambini di strada. Essi non mangiano bene, e la nutrizione non è quella adeguata alla loro crescita e al loro sviluppo, tuttavia non muoiono di fame. I bambini di strada muoiono per il consumo di droga, muoiono in mezzo alle sparatorie tra le gang o assassinati dalla polizia, vittime della violenza e delle aggressioni dell’ambiente sociale in cui si trovano. Per questo, i programmi che si realizzano per la strada sono destinati e indirizzati a risolvere situazioni di conflitto, violenza, dipendenza dalla droga, assenza di diritti umani, etc.
Rinserire un bambino nella sua famiglia è più facile che portarlo in un istituto/dormitorio/albergo. I programmi generalmente funzionano così: gli educatori della strada suscitano fiducia nel bambino, essenzialmente mediante un processo ludico (giochi, calcio, musica). Dopo un certo periodo presentano il progetto al bambino: l’edificio, i tamburi, il campo di calcio, o altro. L’idea è quella di far sorgere il desiderio di provare altre cose, che si abbia un’esperienza più interessante della strada. Dopo aver suscitato questi nuovi desideri, l’educatore dice: “Però per partecipare, tu devi vivere con la tua famiglia…” e allora, il lavoro di reintegrazione familiare comincia. Il bambino si reca presso la propria casa con degli educatori, e tutti lavorano insieme per capire perchè il bambino era scappato e che dei progetti di soluzione si possono intraprendere per far fronte alla vita della famiglia e del bambino stesso. E’ chiaro, come si può intuire, che non tutte le famiglie sono in grado di integrare il bambino in un processo di recupero. Sia per la violenza, l’estrema povertà o l’esposizione alla droga, le famiglie non possono offrire l’ambiente che è necessario. Allora ci si appella ad una zia, ad un nonno, o ad un cognato – qualcuno con un legame familiare – presso cui il bambino possa vivere ad essere accolto.
Se questa ultima soluzione non è possibile, allora si ricorre agli alberghi e alla case che si sono create a questo fine. Tuttavia ciò avviene unicamente come soluzione estrema. Finalmente, quando il bambino ha già dove vivere, allora frequenterà ogni giorno al programma per giocare e apprendere. In questi casi, gli educatori, gli addetti ai servizi sociali e gli psicologi, continuano a seguire la famiglia con visite regolari.
Le reti locali sono importantissime. Le città che presentano i migliori risultati sul recupero dei bambini di strada come Goiânia, Belo Horizonte, Salvador, hanno una rete sociale forte formata delle organizzazioni non governative che lavorano con bambini e adolescenti. La solidarietà che comporta la conformazione della rete, può far pressione sul governo o sulla polizia di fronte a situazioni che esigono maggior rispetto e lavoro a favore dei diritti umani. Il governo ha un ruolo importante. Sulla base dell’ECA, lo Stato brasiliano si assume la responsabilità del benessere del minore abbandonato, senza famiglia e senza un tetto.
Esistono numerosi convenzioni e contratti con le ONG in base a cui il governo accorda dei finanziamenti all’organizzazione per rendere un servizio che può essere di educazione in strada, reintegrazione familiare, etc. Molte ONG brasiliane ottengono il finanziamento e in tal modo riescono a lavorare. Tuttavia, non vengono meno dei rischi nel lavorare in stretta relazione con il governo. Alcune ONG, per esempio, si legano con un forte vincolo ad un partito politico, quello che gli garantisce la possibilità di acquisire maggiori risorse. Ma, come avviene solitamente nel mondo della politica, quando vi è un cambio al potere, le ONG sono coinvolte alla stessa maniera, con grandi perdite per lo sviluppo del loro lavoro.
La cultura come strumento di riscatto. I programmi con esiti migliori si servono nel loro lavoro di alcune delle tradizioni della cultura locale, di storie, di musica, di arte pittorica, dell’arte del riciclaggio; ovvero hanno tenuto in conto la cultura locale per il riscatto di valori, per suscitare l’orgoglio per la propria identità e per sognare un futuro migliore per i bambini.
L’esperienza del Brasile insegna come supporre che il riconoscimento formale da parte dello Stato concluda la lotta per l’affermazione dei diritti di cittadinanza è un equivoco che sottovaluta l’azione della società civile sia nella politica sia nel vivere quotidiano. Ancora oggi i meninos de rua sono considerati pericolosi per la società perché rubano, assaltano i turisti, ostacolano il commercio, si organizzano in gruppi. La società è in genere contro di loro, li vede come un pericolo a allora si organizza autonomamente per contrastarli e reprimerli. Allora in questo paese occorre ridare priorità alla costruzione di nuovi spazi pubblici e nuove forme di socializzazione. È necessario riconoscere che l’infanzia è al centro di una specifica rete sociale di relazioni, legami e significati ed è dentro tale rete che nascono i problemi che colpiscono i bambini; solo operando sulle relazioni della rete che si possono trovare soluzioni che vedano il bambino non solo come portatore di bisogni ma anche di risorse. Le politiche devono privilegiare il sorgere di una solidarietà locale; devono basarsi sul rafforzamento dei legami familiari che possano produrre relazioni stabili; devono puntare sulle istituzioni come la scuola in quanto attore importantissimo per lo sviluppo del bambino; devono aprire spazi di sensibilizzazione e promozione del protagonismo giovanile.

Marisa Lo Verde

03
Mag

Interviste ai migranti: storie di vita a confronto.

Un mese passato tra i mercati storici di Ballaro, il Capo e il centro di Santa Chiara.
L’obiettivo: somministrare 270 interviste a 4 differenti comunità (Marocco, Ghana, Filippine e Bangladesh), commissionato dall’Abi (associazione delle banche italiane) al CeSpi(centro studi politica internazionale) e di conseguenza affidata al Ciss sul territorio palermitano. I questionari vogliono indagare sul rapporto tra i migranti e i servizi bancari e postali, per migliorarne l’accesso e creare servizi ad hoc.
Fin qui il nostro lavoro, 5 giovani universitari.
E’ stato abbastanza spontaneo calarsi a pieno nella realtà dei migranti a Palermo, attraverso i racconti reciproci di esperienze, viaggi e problematiche di vita quotidiana.
Non è facile lavorare con i migranti,a volte perchè sei bianca, a volte perchè sei femmina.
Ma poi dopo qualche giorno passato a studiarci in modo reciproco succede qualcosa. Forse perchè hai conosciuto le persone giuste, forse perchè anche noi abbiamo i ritmi lenti di chi è del sud, forse perchè non abbiamo mai detto di no ad un bicchiere di birra o ad una festa, compresa quella della fine del Ramadam.
E cosi succede che l’intervista diventa un pretesto per conoscerci e una volta terminata c’è sempre il tempo di scambiarci quattro chiacchiere, storie di vita e di esperienze diverse. Capita che incontri dei ghanesi che hanno il passaporto della Liberia, qualcuno che ha le carte di credito olandesi ed è qui per vacanza, chi è arrivato da qualche giorno a Palermo dopo un viaggio di tre anni dal Bangladesh a piedi o con mezzi di fortuna.
Le comunità sono molto diverse tra di loro per religione e cultura.
Per esempio i ghanesi abitano e lavorano soprattutto a Ballarò, sono commercianti, ma hanno anche parruccherie sia per uomini che per donne, locali dove si balla reggae e piccoli ristorantini. Una parte della comunità è musulmana, un’altra parte cattolica. Santa Chiara è un punto di riferimento molto forte.
Molti marocchini sono “illegali” entrati con il visto turistico e rimasti a Palermo o venuti dopo la scadenza dei documenti a causa dei controlli che qui sembrano fare poca paura, rispetto al nord Italia o ad altri Stati. Molti vorrebbero ritornare nel loro paese, ma è un disonore se non hai il permesso di soggiorno, anche se hai lavorato e adesso puoi comprarti una casa. Molti abitano nei dintorni della stazione, dove ci sono anche diversi punti commerciali: macelleria, kebab, market dove si possono incontrare anche persone musulmane di altre comunità.
Tra le bancarelle del Capo e in via Maqueda invece lavorano i bangladesi per lo più commercianti: dai negozietti di cose etniche ai market e alle macellerie, alle videoteche. In quei giorni in Bangladesh c’era stato un tifone e la preoccupazione era tangibile per parenti e amici.
Tutti hanno le idee molto chiare su cosa non và in Italia sulle politiche migratorie, anche perchè hanno contatti in diverse parti del mondo e conoscono le diverse realtà europee e americane.
Chi rimane a Palermo lo fà per i motivi più disparati: dal clima simile al paese che si è lasciato, alla presenza di famigliari o parenti, in moltissimi casi per il costo della vita e degli affitti.
Con il passare dei giorni non pensi più al politicamente corretto, all’uso della parola immigrato o migrante, nero o di colore adesso li puoi chiamare per nome. E più ci si conosce più ci si rende conto di parlare delle stesse cose. I problemi degli studenti fuori sede e quelli dei migranti si sovrappongono perfettamente: i padroni di casa desaparacidos quando si rompe qualcosa (il classico scaldabagno!) ma puntualissimi per bollette e affitto.
Anche la percezione della città è la stessa: sentirsi guardati in modo strano sull’autobus è un male comune: qualcuno perchè è nero, o perchè ha le treccine, qualcun’altra perchè ha una gonna lunga e colorata.

Giovanna Messina

19
Apr

Birmania: una crisi infinita.

Come sempre l’informazione italiana (perlomeno quella televisiva) è abile a riportare notizie dal Sud del mondo solo nel momento in cui l’argomento trattato è oggetto di scandalo internazionale. Passa qualche giorno e la preoccupazione generale dei mass media diminuisce, fino a scomparire del tutto. Sembra che tutto sia tornato come prima, che il problema sia stato risolto, ma purtroppo non è così. E’ il caso della Birmania, guardata con grande apprensione durante la rivolta pacifica iniziata nel settembre 2007 e poi dimenticata per far spazio a notizie più fresche e meno inquietanti. Facciamo un breve riassunto di come il popolo birmano è stato sottomesso negli ultimi 50 anni. Il concetto di “democrazia” in Birmania non esiste più dal 1962, anno del primo colpo di stato capeggiato dal Generale Ne Win. Prima di allora, in seguito all’indipendenza, la presunta condizione di tranquillità che si stava creando in Birmania fu compromessa dalle rivendicazioni armate della guerriglia formata dalle minoranze etniche (kachin, karen e mon), prontamente repressa dal governo centrale. Per 26 anni il regime di Ne Win dominò incontrastato il paese, portandolo al collasso sociale ed economico . L’8 agosto del 1988 però un grosso movimento popolare composto di monaci, studenti e altri civili riuscì a destabilizzare il regime ventennale di Ne Win, costringendolo alle dimissioni. Durante la famosa “rivolta 8888” il popolo birmano pagò purtroppo con un numero elevatissimo di perdite umane questa voglia di cambiare. I tumulti dell’88 hanno comunque lasciato un segno durevole nella gente. Fu proprio in quella occasione che emerse la figura più rappresentativa della battaglia per la democrazia del popolo birmano: Aung San Suu Kyi. La speranza birmana era da lei simboleggiata. Nel 1990 si tennero le prime elezioni libere nel paese, e il risultato ufficiale lasciava ben sperare: quasi l’80% dei voti per il partito della San Suu Kyi (NLD). Tuttavia il voto popolare fu dichiarato nullo dallo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di stato) e fu lasciato campo libero all’ascesa del nuovo dittatore Than Shwe. Quest’ultimo è tuttora a capo dell’organo di governo birmano, rinominato quasi per un cinico gioco di significati “Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo”. Aung San Suu Kyi vive dal ‘92 un decennio dettato da arresti ingiustificati e temporanee scarcerazioni. Ci avviciniamo ai nostri giorni. E qui sorge un dubbio: sappiamo davvero com’è andata la rivolta del settembre scorso? Facciamo il punto della situazione. Tutto è iniziato con una pacifica protesta contro l’eccessivo prezzo della benzina, con in prima linea i monaci buddisti . Solo dopo la repressione armata del regime la protesta si è trasformata in dura contestazione nei confronti del governo di Than Shwe. Il sentimento comune del popolo birmano si è manifestato con una naturalezza disarmante; questa nuova protesta sembrava inevitabile. Ci sono molti aspetti della rivolta che i giornali italiani non ci hanno mostrato: reclutamenti forzati di bambini tra le file dell’esercito, dietro minaccia di arresto ai familiari; torture perpetuate (e mai menzionate) ai danni dei monaci; ma anche spaccature all’interno dell’esercito, con intere divisioni che sono passate dalla parte del popolo o generali che non danno seguito all’ordine di sparare. Le reazioni dei leader delle grandi potenze mondiali sull’accaduto non sono state particolarmente esaustive. Cina e Russia in sede di Consiglio di Sicurezza hanno posto subito il veto sulla possibilità di trovare una soluzione comune, sostenendo che erano affari interni alla Birmania. In realtà, entrambi gli stati sarebbero stati colpiti indirettamente da un’eventuale sanzione economica imposta alla Birmania, visto che intrattengono forti relazioni economiche col paese in questione. Ancora una volta gli interessi economici delle superpotenze prevalgono sui reali bisogni del popolo, costretto a sopportare, senza il supporto dei potenti del mondo, i soprusi dell’esercito. Anche se gli scontri non sono così violenti come quelli di settembre, l’esercito continua nella sua opera di repressione. Le speranze per una risoluzione della crisi permangono, anche se le ultime notizie non sono così confortanti. Aung San Suu Kyi (tuttora agli arresti domiciliari) ha goduto della possibilità di incontrare i membri del suo partito, e si è ritenuta profondamente insoddisfatta dell’operato della giunta militare, accusata di aver continuato ad arrestare i dissidenti anche dopo le consistenti pressioni internazionali (ad opera della società civile, non certo dei governi…). Le ultime parole della San Suu Kyi fanno riflettere: ”bisogna sperare al meglio e prepararsi al peggio”. Ciò implica uno sforzo ancora più consistente della società civile; soprattutto manteniamo sempre vivo il nostro interesse verso ciò che accade giornalmente in Birmania. Non dimentichiamocene, commetteremmo un grosso sbaglio.

Per sapere di più su cosa continua ad accadere: www.bloggersforburma.blogspot.it
Raccoglie tutte le news dalla Birmania in italiano.

Fabrizio Cacciatore

19
Apr

Tensione sempre altissima in Kenia

A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, il Kenya sembra essere sull’orlo di una guerra civile. Non si placano infatti le ondate di violenza che hanno seguito le contestazioni dei risultati della consultazione elettorale del 27 dicembre.
Le elezioni hanno premiato come vincitore il presidente uscente Mwai Kibaki con oltre 230mila voti di margine. Tale risultato è giunto con molto ritardo ed è stato accolto nel peggiore dei modi dal leader dell’opposizione Raila Odinga, ex prigioniero politico, il quale aveva già dichiarato che un risultato in favore di Kibaki sarebbe stato inaccettabile e solo frodi molto estese avrebbero potuto consentirlo. Ma anche i lunghi e discussi riconteggi hanno confermato la vittoria, seppur di misura, per Kibaki: 4.584.721 voti contro 4.352.993.
Anche gli osservatori dell’Unione Europea hanno espresso dubbi e preoccupazioni sui risultati delle elezioni. “La commissione elettorale del Kenya, nonostante tutti gli sforzi del suo presidente, non è riuscita a garantire la credibilità del processo di spoglio” ha dichiarato Alexander Graf Lambsdorff, capo della missione degli osservatori europei. “Rimangono alcuni dubbi sull’accuratezza dei risultati delle elezioni presidenziali annunciati ” ha poi aggiunto.
In effetti le modalità con cui si sono svolte le operazioni di sfoglio e conteggio lasciano perplessi: per tre giorni, dopo la chiusura delle urne, non c’è stata nessuna certezza sull’esito del voto. Sui giornali erano uscite indiscrezioni che avevano dato Odinga in vantaggio: prima di molto, poi di circa trecentomila voti. Questo ha stupito molti osservatori, visto che in Parlamento l’opposizione era sembrata invece andare verso una vittoria ampia. La gente non ha creduto ai risultati ufficiali e la protesta è dilagata.

Preoccupazioni sulla regolarità delle elezioni in Kenya sono stati avanzati anche dal governo britannico per bocca del segretario agli Esteri David Miliband, il quale ha accusato “i leader politici del Kenya delle violenze commesse da alcuni dei loro seguaci e dell’incapacità di trovare un terreno comune”.

Dagli scontri sui risultati elettorali si è passati ai massacri tra gruppi tribali. Kibaki, leader del Pnu è della dinastia Kikuyo, Odinga, leader dell’Orange democratic movement (Odm) è dei Luo, gruppo economicamente e culturalmente molto forte ma da anni ai margini del potere politico. E Kibaki ha accusato direttamente il rivale: “E’ lui che guida il tentativo di pulizia etnica. Tutti gli attacchi e le stragi sono venute da loro”.
Già nella notte dopo l’arrivo dei risultati ci sono state sparatorie negli slum della capitale: non è chiaro quanto di matrice etnico-politica o quanto invece legate ad attività criminali. Negli scontri tra polizia e manifestanti e tra i sostenitori di Odinga e i seguaci di Kibaki, sono già morte oltre 350 persone. La Croce Rossa parla di almeno 100mila sfollati, e di 5mila persone che hanno attraversato il confine con l’Uganda in cerca di salvezza.

Giovani armati di machete pattugliano le strade delle città dopo che la strage di una cinquantina tra donne e bambini bruciati vivi all’interno di una chiesa a Eldoret, 300 chilometri a nordovest di Nairobi. Le vittime di questa tragedia appartenevano al gruppo etnico Kikuyu, quello dello stesso Kibaki.
Intanto la diplomazia internazionale moltiplica i suoi sforzi per cercare di ripristinare l’ordine nel Paese. Washington e l’Ue stanno effettuando un forte pressing diplomatico puntando su un governo di unità nazionale, o comunque su una riconciliazione in tempi brevi. Kibaki ha incontrato il premio Nobel Desmond Tutu, impegnato nella mediazione, che ieri aveva avuto un colloquio con Odinga. Secondo quanto riferito da Tutu Kibaki avrebbe mostrato segnali di apertura e sarebbe disponibile ad un governo di coalizione per uscire dallo stallo.
Non resta che augurarsi che anche le Nazioni Unite intervengano con pugno fermo, memori della terribile lezione impartita in altre situazioni in cui gli eccidi etnici sono stati comodamente confusi con i disordini politici.

Chiara Florio

18
Apr

Macedonia è…

È uno stato indipendente dal 1991 della penisola balcanica nell’Europa sud-orientale. L’attuale territorio macedone formava in precedenza la parte meridionale estrema della Jugoslavia.


È una terra piena di contraddizioni, al nord, nella capitale (Skopje) sembra di stare in un paese occidentale, con la frenesia e gli impegni quotidiani, dove internet, giornali e tv sono all’ordine del giorno e dove basta aspettare la sera per avere tra le mani il quotidiano del tuo paese di origine; nella parte sud del paese invece, si trovano i paesini sperduti dove per arrivarci serve una gip ( e solo nei giorni in cui non c’è la neve), dove la gente parla in dialetto macedone e ti offre i prodotti tipici della zona.

È una terra dove convivono diverse etnie, in prevalenza macedoni, con una minoranza turca, albanese e rom, dove ognuno parla la propria lingua e dove i progetti di cooperazione possono intervenire facendo comprendere ai cittadini di possedere un valore immenso da sfruttare: l’interculturalità. È stato questo l’obiettivo di un progetto di cooperazione realizzato dal Ciss, una ong palermitana, che si è concluso circa 3 anni fa e che ha visto come beneficiari gli alunni e gli insegnanti di diverse scuole macedoni dislocate in tutto il territorio.

La popolazione macedone, pur avendo vissuto in una situazione di conflittualità bellica, ha cominciato a riflettere sulla diversità non come limite ma come risorsa da sfruttare.

E’ una terra dove il turismo non è sfruttato, dove (anche in questo caso con l’intervento del Ciss) si sta realizzando un intervento di valorizzazione archeologica e turistica del sito romano di Stobi, perché anche in questo caso la popolazione non è in grado di riconoscere alla zona il reale potenziale che ha.

E’ una terra dove un’unica strada collega il nord con il sud e la puoi percorrere in 2 ore , dove dopo pochi minuti puoi vivere le sensazioni di contrasto più forte, dalla percezione di un reale miglioramento realizzato alla percezione che c’è ancora tanto da fare……..

Sara Turrigrossa

18
Apr

Il PetrolOdio

Da tempo i media riferiscono che l’Iran potrebbe essere il prossimo obiettivo di un’aggressione statunitense. Il pretesto avanzato è il presunto programma di fabbricazione di armi nucleari, ma in realtà l’intenzione di Teheran di utilizzare l’euro come moneta di scambio dell’oro nero preoccupa gli Usa molto più di qualunque arma di distruzione di massa.

“L’odore dei soldi fa deviare anche il corso dei fiumi” (Antico proverbio arabo)

Mai tanto azzeccato, un proverbio che ben rende l’attuale (e, purtroppo, da tempo continua) situazione del Medio Oriente.

L’offerta attuale di petrolio nel mondo e le conoscenze in fatto di riserve suggeriscono una distribuzione delle riserve all’inizio del 2000 così ripartita: 67 % in Medio Oriente, 9% in America centrale e del sud, 7 % in Africa, 6 % nei paesi dell’ex Urss, 5 % in nord America, 4 % in Asia orientale e in Oceania, 2 % il, Europa.

Nel Medio Oriente è inteso che l’Arabia saudita è la cassaforte maggiore, ma è noto che altri paesi Iraq, Kuwait, Emirati presi insieme uguagliano o superano le riserve arabe.

Il petrolio mediorientale è in buona parte arabo, in parte iracheno e degli emirati; poi c’è quello iraniano.

Come impedire che qualcuno chiuda i rubinetti, se non stando lì a controllare?

Come proteggere l’operato delle compagnie Usa, se non impegnando la forza? È necessaria solo la forza armata, o serve il consenso dell’opinione pubblica a livello

mondiale?

“Durante tutta la storia, le “guerre di religione” sono servite per occultare gli interessi economici e strategici che stavano dietro la conquista e l’invasione dei territori stranieri.

Le “guerre di religione” erano invariabilmente combattute con un occhio ad assicurarsi il controllo sulle rotte commerciali e le risorse naturali.

Agli occhi dell’opinione pubblica, avere una “giusta causa” per dichiarare guerra è cruciale. Una guerra è definita giusta se è mossa su basi morali, religiose o etiche.

La Crociata americana in Asia centrale e Medio Oriente non fa eccezione.

La “guerra al terrorismo” pretende di difendere la Patria Americana e proteggere il “mondo civilizzato”. E’ portata avanti come una “guerra di religione”, uno “scontro di civiltà”, quando in effetti l’obiettivo principale è assicurarsi il controllo e la proprietà industriale sulle estese ricchezze petrolifere della regione, imponendo allo stesso tempo, sotto l’egida del FMI e della Banca Mondiale, la privatizzazione delle imprese statali e il trasferimento delle risorse economiche dei Paesi nelle mani del capitale estero.

La battaglia per il petrolio richiede la demonizzazione di chi ha il petrolio. Il nemico è caratterizzato come malvagio, un punto di vista che giustifica l’azione militare, finanche le uccisioni di massa dei civili. La regione del Medio Oriente e dell’Asia Centrale è pesantemente militarizzata. I pozzi petroliferi sono circondati; le navi da guerra della NATO stazionano nel Mediterraneo orientale (come parte della missione ONU di “peacekeeping”), i Carrier strike groups e gli squadroni Destroyer nel golfo Persico e Arabico sono dispiegati come parte della “guerra al terrore”.

La demonizzazione collettiva dei musulmani, che include la crudelizzazione dell’Islam, applicata su scala mondiale, costituisce a livello ideologico uno strumento di conquista delle risorse energetiche mondiali. E’ part del più ampio meccanismo economico e politico che sta dietro al Nuovo Ordine Mondiale. “ (Michel Chossudovsky _ Fonte: Global Research)

E’ deprimente, inoltre, constatare che i paesi arabi dotati di risorse petrolifere, ad eccezione dei paesi della penisola arabica scarsamente popolati, si ritrovano, oggi, poveri come all’inizio degli anni Settanta, se non più poveri, come nel caso dell’Algeria, della Libia, dell’Iraq, ma anche dell’Egitto, del Sudan, dello Yemen e della Siria, paesi dotati di risorse energetiche in quantità modeste.

Gli altri grandi esportatori di petrolio della penisola arabica si sono riuniti in un circolo di ” ricchi “, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), che prospera all’ombra della presenza militare americana, delle divisioni e dei conflitti interarabi, moltiplicatisi da quando il petrolio si è impadronito dell’economia della regione.

E così l’Antico proverbio arabo non sbaglia, ma si auto-adempie.

E noi?Queste cose non le sappiamo?(o comunque immaginiamo?).

Meglio ricordarle sempre. Forse un giorno tutti capiremo che “l’odore dei soldi” non serve a nulla,

proprio perché “il fiume” si sta prosciugando.

Per evitare di dimenticare e cominciare a farci sentire nei confronti dei nostri “RappresentantiGestoriDelPotere”, affinché attuino politiche re-distributive ed eque.

E noi, abituati a tirarci fuori da questi giochi, abbiamo una parte di responsabilità in tutto ciò.

Anche se forse, in Italia, ci piace essere così.

Siamo più portati a fischiare il Presidente della Libertà,ad ogni sua affermazione,

E poi andare a elogiare la sua squadra vincente…

Che fa passare tutti i problemi reali in secondo piano.

E ci riporta il sorriso e la serenità.

Enzo Monaco

18
Apr

PER LE VIE DELLA PALESTINA


“Nokia-connecting people” è una delle prime cose che ho visto guardando fuori da una finestra dall’aeroporto di Ben Gurion appena arrivata in Israele, scritta su un prato, ma nel giro di qualche giorno mi sono resa conto di quanto è aberrante la situazione, visto che da una scheda israeliana non posso inviare un sms ad una palestinese.

E non è così strano, perché a parte i check point non c’è molta opportunità di conoscersi: scuole, autobus, strade, luoghi sacri e tutto il resto è militarmente diviso, così si condivide un territorio di poco più grande della Sicilia ma non ci si conosce, si parla gli uni degli altri per sentito dire, al massimo per luoghi comuni o per le azioni di forza che ci sono, da un lato e dall’altro.

Dopo qualche giorno a Gerusalemme mi rendo conto che bastano 10 minuti per passare dalla città vecchia a est a quella ad ovest perfettamente assimilabile ad una città degli Stati Uniti.

La città Santa sembra divisa da un muro invisibile in due parti distinte e separate come in realtà lo sono questi due popoli. Le colpe stanno da una parte e dall’altra.

E poi c’è il muro,così come te lo aspetti alto e grigio, ma quello che non ti aspetti è l’angoscia che trasmette questo serpente che si snoda a tratti tra campi incolti e a tratti pieni di ulivo . E poi sulla collina ingloba una parte di terra perfetta per creare una ridente colonia fatta di casette a schiera tutte uguali con allegri tetti rossi…inquietante.

Cammini per le strade di Gerusalemme e vedi gli israeliani, che dai 17 ai 21 anni fanno il sevizio militare, armati di tutto punto da soli o in branco che presiedono una delle porte di ingresso alla Città vecchia o che vagano in cerca di chissà chi.

E poi ci sono i palestinesi famosi perché ogni tanto hanno il vizio di esplodere.

Ma l’angoscia da sicurezza tanto in voga di questi tempi svanisce perché comunque i bambini giocano per strada, le donne vanno al mercato, i turisti giapponesi fanno le foto e i pellegrini cercano risposte. Tutto sembra scorrere normalmente, ma di normalità c’è né davvero poca.

Si è in uno stato di guerra perenne, in qui il quotidiano è costruito per creare assuefazione a situazioni talmente assurde che somministrate un po’ alla volta entrano nella routine e diventano pezzi di vita

Aspettare sette ore in un check point in attesa che i 3 ragazzini di turno trovino qualcosa di meglio da fare non può essere parte di una quotidianità,o attraversare strade di campagna per 70km per arrivare in un posto, perfettamente collegato con una nuovissima strada, che disto 30km non è concepibile. Ma qui succede anche che un giorno il governo israeliano si accorge che la tua casa è proprio in una zona archeologica o in zona militare e semplicemente l’abbatte,senza troppe spiegazioni, con un preavviso di poche decine di minuti. E non è raro vedere anziani che portano vecchie chiavi arrugginite al collo.

E poi ne vogliamo parlare di tutta questa serie infinita di internazionali che orbitano intorno al caso Palestina?dei pazzi o cosa? coraggiosi o incoscienti? ma non sarà mica che la cooperazione è funzionale all’occupazione? Non c’è dubbio che da la possibilità al governo israeliano di non porsi troppo il problema sulle conseguenze del suo operato: togli l’acqua e comunque qualcuno troverà il mondo che non muoiano, affama il villaggio e qualcuno arriverà a portare qualcosa, intanto la popolazione rimane soggiogata, quieta e quiescente.

In generale tutti ti chiedono cosa ne pensi della situazione, hanno storie da raccontare e rabbia da contagiare, ma il bisogno di normalità assopisce il resto.

Conosco tante persone, tante storie ma c’è anche chi di questa situazione non ne vuole parlare, che della guerra e dell’occupazione neanche ne vuole sentire, lui queste cose ce le ha negli occhi, azzurri come quelli di molti palestinesi. Ma noi siamo qui anche e soprattutto per conoscere e per sapere. Lui finirà la scuola e poi andrà via, forse in Italia o forse in Inghilterra, del resto ha gia un paio di fratelli in giro per il mondo.

Tutti sognano di andare via, ognuno ha le sue ragioni…c’è chi vuole andare in Messico perché lo ha visto nelle telenovele, ma quasi nessuno è mai stato ad Al-Quods, Gerusalemme, il centro del mondo in cui tutto ha avuto inizio e forse avrà anche fine.

Mi chiedo se è tutto come me lo aspettavo? No. L’idea che il conflitto venga normalizzato tramite la routine e cosi si perpetua mischiandosi alla quotidianità delle azioni mi fa rabbia. Ma cosa mi aspettavo da un popolo in lotta da 40 anni ad armi impari che perde pezzi (letteralmente) ad ogni scontro?Non lo so, ma di sicuro non che si possa abbassare la testa, questo no.

Giovanna Messina

18
Apr

MACERIE E SPERANZE NEL CAMPO DI NAHR EL BARED


Da dove ricominciare? Questa è la domanda che mi assilla, mentre cerco di camminare tra le macerie del campo profughi palestinese di Nahr el Bared… forse il mio volto esprime le mie perplessità, chissà forse questo è il motivo per il quale un anziano signore si avvicina e mi chiede se ho bisogno di aiuto; aiuto io? lui ha perso tutto, era un fotografo, aveva uno studio al di là delle macerie, dove l’esercito libanese nasconde ulteriori disastrose macerie…ha perso le attrezzature, la propria abitazione, ma non la voglia di ricominciare a vivere…certo, se qualcuno ci aiutasse veramente….!

Il New Camp, la parte meno danneggiata (si fa per dire) del campo di Nahr el Bared, è stata riaperta il 5 ottobre 2007, a cinque mesi dall’inizio di un conflitto le cui ragioni ultime non sono ancora manifeste in tutta la loro chiarezza. Nessuna motivazione, in ogni caso, potrà mai giustificare un simile scenario di distruzione.

In Libano esistono 12 campi ufficiali istituiti per accogliere i profughi palestinesi nel 1948, a seguito dello scoppio del primo conflitto arabo-israeliano, la Catastrofe (Nakba). Obbligati a fuggire dalle proprie abitazioni e dai propri villaggi, gli ormai anziani palestinesi sperano ancora di potere fare un giorno ritorno alla propria terra, che, “promessa” o meno che sia, rappresenta il simbolo di un identità e di un popolo. I profughi stanziatisi in Libano, in via temporanea, accampati in tende o rifugi d’emergenza, con il passare del tempo si sono quadruplicati, di generazione in generazione; il territorio a loro disposizione è rimasto pressoché invariato, mentre le tende si sono trasformate in palazzine strette e buie, da dove non filtra né aria né luce.

Senza diritti, in un limbo giuridico che non avrà probabilmente mai fine, i profughi residenti nel campo di Nahr el Bared (a 10 Km di distanza dalla città di Tripoli, nel Nord del Libano) sono negli anni riusciti a dar vita ad un sistema economico dinamico, che ha permesso loro di estendere le proprie abitazioni al di fuori del perimetro originario del campo e di potere migliorare la qualità della vita…ma tutto ormai è andato distrutto….

Il 20 Maggio 2007 iniziano gli scontri dentro il campo tra il gruppo estremista Fatah al Islam e le truppe dell’esercito Libanese; i militanti Fatah al Islam, le cui origini non sono palestinesi, si erano recentemente infiltrati dentro il campo per sfuggire dalla giurisdizione libanese (secondo gli Accordi del Cairo del 1969, all’interno dei campi profughi palestinesi l’autorità politica e militare libanese non ha effetti: i campi sono gestiti da UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei profughi palestinesi rifugiati nel Vicino Oriente). L’esercito ha attaccato il campo fino ad annientare la cellula terroristica; gli scontri, terminati il 2 settembre, hanno causato 169 vittime tra i militari dell’Esercito Libanese, 287 tra i militanti, e 47 vittime civili, oltre la distruzione del campo e lo sfollamento di circa 35.000 persone. Tra la fine del conflitto e il primo giorno di riapertura del campo, la distruzione è però probabilmente continuata, il fuoco è stato appiccato ovunque, le case sono state spogliate di qualsiasi cosa, le infrastrutture sono andate totalmente distrutte. Le responsabilità dell’esercito nel completamento del processo di distruzione non sono state ufficialmente accertate, eppure il sospetto aleggia tra i profughi palestinesi che hanno fatto ritorno al campo, che si svegliano ogni mattina tra le macerie e hanno davanti a loro i carri armati dell’esercito libanese, a presidio del campo come a ricordare che quella terra non è più loro. Il limbo tra il Libano e la Palestina diventa più difficile da vivere per i Palestinesi di Nahr el Bared.

Articolo e foto di Margherita Maniscalco

17
Apr

Primo post..

Ci siamo…primo articolo del blog di Aljanub…più che un articolo una prova…D’ora in poi si fanno post seri!