Archivia per Aprile 2008

19
Apr

Birmania: una crisi infinita.

Come sempre l’informazione italiana (perlomeno quella televisiva) è abile a riportare notizie dal Sud del mondo solo nel momento in cui l’argomento trattato è oggetto di scandalo internazionale. Passa qualche giorno e la preoccupazione generale dei mass media diminuisce, fino a scomparire del tutto. Sembra che tutto sia tornato come prima, che il problema sia stato risolto, ma purtroppo non è così. E’ il caso della Birmania, guardata con grande apprensione durante la rivolta pacifica iniziata nel settembre 2007 e poi dimenticata per far spazio a notizie più fresche e meno inquietanti. Facciamo un breve riassunto di come il popolo birmano è stato sottomesso negli ultimi 50 anni. Il concetto di “democrazia” in Birmania non esiste più dal 1962, anno del primo colpo di stato capeggiato dal Generale Ne Win. Prima di allora, in seguito all’indipendenza, la presunta condizione di tranquillità che si stava creando in Birmania fu compromessa dalle rivendicazioni armate della guerriglia formata dalle minoranze etniche (kachin, karen e mon), prontamente repressa dal governo centrale. Per 26 anni il regime di Ne Win dominò incontrastato il paese, portandolo al collasso sociale ed economico . L’8 agosto del 1988 però un grosso movimento popolare composto di monaci, studenti e altri civili riuscì a destabilizzare il regime ventennale di Ne Win, costringendolo alle dimissioni. Durante la famosa “rivolta 8888” il popolo birmano pagò purtroppo con un numero elevatissimo di perdite umane questa voglia di cambiare. I tumulti dell’88 hanno comunque lasciato un segno durevole nella gente. Fu proprio in quella occasione che emerse la figura più rappresentativa della battaglia per la democrazia del popolo birmano: Aung San Suu Kyi. La speranza birmana era da lei simboleggiata. Nel 1990 si tennero le prime elezioni libere nel paese, e il risultato ufficiale lasciava ben sperare: quasi l’80% dei voti per il partito della San Suu Kyi (NLD). Tuttavia il voto popolare fu dichiarato nullo dallo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di stato) e fu lasciato campo libero all’ascesa del nuovo dittatore Than Shwe. Quest’ultimo è tuttora a capo dell’organo di governo birmano, rinominato quasi per un cinico gioco di significati “Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo”. Aung San Suu Kyi vive dal ‘92 un decennio dettato da arresti ingiustificati e temporanee scarcerazioni. Ci avviciniamo ai nostri giorni. E qui sorge un dubbio: sappiamo davvero com’è andata la rivolta del settembre scorso? Facciamo il punto della situazione. Tutto è iniziato con una pacifica protesta contro l’eccessivo prezzo della benzina, con in prima linea i monaci buddisti . Solo dopo la repressione armata del regime la protesta si è trasformata in dura contestazione nei confronti del governo di Than Shwe. Il sentimento comune del popolo birmano si è manifestato con una naturalezza disarmante; questa nuova protesta sembrava inevitabile. Ci sono molti aspetti della rivolta che i giornali italiani non ci hanno mostrato: reclutamenti forzati di bambini tra le file dell’esercito, dietro minaccia di arresto ai familiari; torture perpetuate (e mai menzionate) ai danni dei monaci; ma anche spaccature all’interno dell’esercito, con intere divisioni che sono passate dalla parte del popolo o generali che non danno seguito all’ordine di sparare. Le reazioni dei leader delle grandi potenze mondiali sull’accaduto non sono state particolarmente esaustive. Cina e Russia in sede di Consiglio di Sicurezza hanno posto subito il veto sulla possibilità di trovare una soluzione comune, sostenendo che erano affari interni alla Birmania. In realtà, entrambi gli stati sarebbero stati colpiti indirettamente da un’eventuale sanzione economica imposta alla Birmania, visto che intrattengono forti relazioni economiche col paese in questione. Ancora una volta gli interessi economici delle superpotenze prevalgono sui reali bisogni del popolo, costretto a sopportare, senza il supporto dei potenti del mondo, i soprusi dell’esercito. Anche se gli scontri non sono così violenti come quelli di settembre, l’esercito continua nella sua opera di repressione. Le speranze per una risoluzione della crisi permangono, anche se le ultime notizie non sono così confortanti. Aung San Suu Kyi (tuttora agli arresti domiciliari) ha goduto della possibilità di incontrare i membri del suo partito, e si è ritenuta profondamente insoddisfatta dell’operato della giunta militare, accusata di aver continuato ad arrestare i dissidenti anche dopo le consistenti pressioni internazionali (ad opera della società civile, non certo dei governi…). Le ultime parole della San Suu Kyi fanno riflettere: ”bisogna sperare al meglio e prepararsi al peggio”. Ciò implica uno sforzo ancora più consistente della società civile; soprattutto manteniamo sempre vivo il nostro interesse verso ciò che accade giornalmente in Birmania. Non dimentichiamocene, commetteremmo un grosso sbaglio.

Per sapere di più su cosa continua ad accadere: www.bloggersforburma.blogspot.it
Raccoglie tutte le news dalla Birmania in italiano.

Fabrizio Cacciatore

19
Apr

Tensione sempre altissima in Kenia

A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, il Kenya sembra essere sull’orlo di una guerra civile. Non si placano infatti le ondate di violenza che hanno seguito le contestazioni dei risultati della consultazione elettorale del 27 dicembre.
Le elezioni hanno premiato come vincitore il presidente uscente Mwai Kibaki con oltre 230mila voti di margine. Tale risultato è giunto con molto ritardo ed è stato accolto nel peggiore dei modi dal leader dell’opposizione Raila Odinga, ex prigioniero politico, il quale aveva già dichiarato che un risultato in favore di Kibaki sarebbe stato inaccettabile e solo frodi molto estese avrebbero potuto consentirlo. Ma anche i lunghi e discussi riconteggi hanno confermato la vittoria, seppur di misura, per Kibaki: 4.584.721 voti contro 4.352.993.
Anche gli osservatori dell’Unione Europea hanno espresso dubbi e preoccupazioni sui risultati delle elezioni. “La commissione elettorale del Kenya, nonostante tutti gli sforzi del suo presidente, non è riuscita a garantire la credibilità del processo di spoglio” ha dichiarato Alexander Graf Lambsdorff, capo della missione degli osservatori europei. “Rimangono alcuni dubbi sull’accuratezza dei risultati delle elezioni presidenziali annunciati ” ha poi aggiunto.
In effetti le modalità con cui si sono svolte le operazioni di sfoglio e conteggio lasciano perplessi: per tre giorni, dopo la chiusura delle urne, non c’è stata nessuna certezza sull’esito del voto. Sui giornali erano uscite indiscrezioni che avevano dato Odinga in vantaggio: prima di molto, poi di circa trecentomila voti. Questo ha stupito molti osservatori, visto che in Parlamento l’opposizione era sembrata invece andare verso una vittoria ampia. La gente non ha creduto ai risultati ufficiali e la protesta è dilagata.

Preoccupazioni sulla regolarità delle elezioni in Kenya sono stati avanzati anche dal governo britannico per bocca del segretario agli Esteri David Miliband, il quale ha accusato “i leader politici del Kenya delle violenze commesse da alcuni dei loro seguaci e dell’incapacità di trovare un terreno comune”.

Dagli scontri sui risultati elettorali si è passati ai massacri tra gruppi tribali. Kibaki, leader del Pnu è della dinastia Kikuyo, Odinga, leader dell’Orange democratic movement (Odm) è dei Luo, gruppo economicamente e culturalmente molto forte ma da anni ai margini del potere politico. E Kibaki ha accusato direttamente il rivale: “E’ lui che guida il tentativo di pulizia etnica. Tutti gli attacchi e le stragi sono venute da loro”.
Già nella notte dopo l’arrivo dei risultati ci sono state sparatorie negli slum della capitale: non è chiaro quanto di matrice etnico-politica o quanto invece legate ad attività criminali. Negli scontri tra polizia e manifestanti e tra i sostenitori di Odinga e i seguaci di Kibaki, sono già morte oltre 350 persone. La Croce Rossa parla di almeno 100mila sfollati, e di 5mila persone che hanno attraversato il confine con l’Uganda in cerca di salvezza.

Giovani armati di machete pattugliano le strade delle città dopo che la strage di una cinquantina tra donne e bambini bruciati vivi all’interno di una chiesa a Eldoret, 300 chilometri a nordovest di Nairobi. Le vittime di questa tragedia appartenevano al gruppo etnico Kikuyu, quello dello stesso Kibaki.
Intanto la diplomazia internazionale moltiplica i suoi sforzi per cercare di ripristinare l’ordine nel Paese. Washington e l’Ue stanno effettuando un forte pressing diplomatico puntando su un governo di unità nazionale, o comunque su una riconciliazione in tempi brevi. Kibaki ha incontrato il premio Nobel Desmond Tutu, impegnato nella mediazione, che ieri aveva avuto un colloquio con Odinga. Secondo quanto riferito da Tutu Kibaki avrebbe mostrato segnali di apertura e sarebbe disponibile ad un governo di coalizione per uscire dallo stallo.
Non resta che augurarsi che anche le Nazioni Unite intervengano con pugno fermo, memori della terribile lezione impartita in altre situazioni in cui gli eccidi etnici sono stati comodamente confusi con i disordini politici.

Chiara Florio

18
Apr

Macedonia è…

È uno stato indipendente dal 1991 della penisola balcanica nell’Europa sud-orientale. L’attuale territorio macedone formava in precedenza la parte meridionale estrema della Jugoslavia.


È una terra piena di contraddizioni, al nord, nella capitale (Skopje) sembra di stare in un paese occidentale, con la frenesia e gli impegni quotidiani, dove internet, giornali e tv sono all’ordine del giorno e dove basta aspettare la sera per avere tra le mani il quotidiano del tuo paese di origine; nella parte sud del paese invece, si trovano i paesini sperduti dove per arrivarci serve una gip ( e solo nei giorni in cui non c’è la neve), dove la gente parla in dialetto macedone e ti offre i prodotti tipici della zona.

È una terra dove convivono diverse etnie, in prevalenza macedoni, con una minoranza turca, albanese e rom, dove ognuno parla la propria lingua e dove i progetti di cooperazione possono intervenire facendo comprendere ai cittadini di possedere un valore immenso da sfruttare: l’interculturalità. È stato questo l’obiettivo di un progetto di cooperazione realizzato dal Ciss, una ong palermitana, che si è concluso circa 3 anni fa e che ha visto come beneficiari gli alunni e gli insegnanti di diverse scuole macedoni dislocate in tutto il territorio.

La popolazione macedone, pur avendo vissuto in una situazione di conflittualità bellica, ha cominciato a riflettere sulla diversità non come limite ma come risorsa da sfruttare.

E’ una terra dove il turismo non è sfruttato, dove (anche in questo caso con l’intervento del Ciss) si sta realizzando un intervento di valorizzazione archeologica e turistica del sito romano di Stobi, perché anche in questo caso la popolazione non è in grado di riconoscere alla zona il reale potenziale che ha.

E’ una terra dove un’unica strada collega il nord con il sud e la puoi percorrere in 2 ore , dove dopo pochi minuti puoi vivere le sensazioni di contrasto più forte, dalla percezione di un reale miglioramento realizzato alla percezione che c’è ancora tanto da fare……..

Sara Turrigrossa

18
Apr

Il PetrolOdio

Da tempo i media riferiscono che l’Iran potrebbe essere il prossimo obiettivo di un’aggressione statunitense. Il pretesto avanzato è il presunto programma di fabbricazione di armi nucleari, ma in realtà l’intenzione di Teheran di utilizzare l’euro come moneta di scambio dell’oro nero preoccupa gli Usa molto più di qualunque arma di distruzione di massa.

“L’odore dei soldi fa deviare anche il corso dei fiumi” (Antico proverbio arabo)

Mai tanto azzeccato, un proverbio che ben rende l’attuale (e, purtroppo, da tempo continua) situazione del Medio Oriente.

L’offerta attuale di petrolio nel mondo e le conoscenze in fatto di riserve suggeriscono una distribuzione delle riserve all’inizio del 2000 così ripartita: 67 % in Medio Oriente, 9% in America centrale e del sud, 7 % in Africa, 6 % nei paesi dell’ex Urss, 5 % in nord America, 4 % in Asia orientale e in Oceania, 2 % il, Europa.

Nel Medio Oriente è inteso che l’Arabia saudita è la cassaforte maggiore, ma è noto che altri paesi Iraq, Kuwait, Emirati presi insieme uguagliano o superano le riserve arabe.

Il petrolio mediorientale è in buona parte arabo, in parte iracheno e degli emirati; poi c’è quello iraniano.

Come impedire che qualcuno chiuda i rubinetti, se non stando lì a controllare?

Come proteggere l’operato delle compagnie Usa, se non impegnando la forza? È necessaria solo la forza armata, o serve il consenso dell’opinione pubblica a livello

mondiale?

“Durante tutta la storia, le “guerre di religione” sono servite per occultare gli interessi economici e strategici che stavano dietro la conquista e l’invasione dei territori stranieri.

Le “guerre di religione” erano invariabilmente combattute con un occhio ad assicurarsi il controllo sulle rotte commerciali e le risorse naturali.

Agli occhi dell’opinione pubblica, avere una “giusta causa” per dichiarare guerra è cruciale. Una guerra è definita giusta se è mossa su basi morali, religiose o etiche.

La Crociata americana in Asia centrale e Medio Oriente non fa eccezione.

La “guerra al terrorismo” pretende di difendere la Patria Americana e proteggere il “mondo civilizzato”. E’ portata avanti come una “guerra di religione”, uno “scontro di civiltà”, quando in effetti l’obiettivo principale è assicurarsi il controllo e la proprietà industriale sulle estese ricchezze petrolifere della regione, imponendo allo stesso tempo, sotto l’egida del FMI e della Banca Mondiale, la privatizzazione delle imprese statali e il trasferimento delle risorse economiche dei Paesi nelle mani del capitale estero.

La battaglia per il petrolio richiede la demonizzazione di chi ha il petrolio. Il nemico è caratterizzato come malvagio, un punto di vista che giustifica l’azione militare, finanche le uccisioni di massa dei civili. La regione del Medio Oriente e dell’Asia Centrale è pesantemente militarizzata. I pozzi petroliferi sono circondati; le navi da guerra della NATO stazionano nel Mediterraneo orientale (come parte della missione ONU di “peacekeeping”), i Carrier strike groups e gli squadroni Destroyer nel golfo Persico e Arabico sono dispiegati come parte della “guerra al terrore”.

La demonizzazione collettiva dei musulmani, che include la crudelizzazione dell’Islam, applicata su scala mondiale, costituisce a livello ideologico uno strumento di conquista delle risorse energetiche mondiali. E’ part del più ampio meccanismo economico e politico che sta dietro al Nuovo Ordine Mondiale. “ (Michel Chossudovsky _ Fonte: Global Research)

E’ deprimente, inoltre, constatare che i paesi arabi dotati di risorse petrolifere, ad eccezione dei paesi della penisola arabica scarsamente popolati, si ritrovano, oggi, poveri come all’inizio degli anni Settanta, se non più poveri, come nel caso dell’Algeria, della Libia, dell’Iraq, ma anche dell’Egitto, del Sudan, dello Yemen e della Siria, paesi dotati di risorse energetiche in quantità modeste.

Gli altri grandi esportatori di petrolio della penisola arabica si sono riuniti in un circolo di ” ricchi “, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), che prospera all’ombra della presenza militare americana, delle divisioni e dei conflitti interarabi, moltiplicatisi da quando il petrolio si è impadronito dell’economia della regione.

E così l’Antico proverbio arabo non sbaglia, ma si auto-adempie.

E noi?Queste cose non le sappiamo?(o comunque immaginiamo?).

Meglio ricordarle sempre. Forse un giorno tutti capiremo che “l’odore dei soldi” non serve a nulla,

proprio perché “il fiume” si sta prosciugando.

Per evitare di dimenticare e cominciare a farci sentire nei confronti dei nostri “RappresentantiGestoriDelPotere”, affinché attuino politiche re-distributive ed eque.

E noi, abituati a tirarci fuori da questi giochi, abbiamo una parte di responsabilità in tutto ciò.

Anche se forse, in Italia, ci piace essere così.

Siamo più portati a fischiare il Presidente della Libertà,ad ogni sua affermazione,

E poi andare a elogiare la sua squadra vincente…

Che fa passare tutti i problemi reali in secondo piano.

E ci riporta il sorriso e la serenità.

Enzo Monaco

18
Apr

PER LE VIE DELLA PALESTINA


“Nokia-connecting people” è una delle prime cose che ho visto guardando fuori da una finestra dall’aeroporto di Ben Gurion appena arrivata in Israele, scritta su un prato, ma nel giro di qualche giorno mi sono resa conto di quanto è aberrante la situazione, visto che da una scheda israeliana non posso inviare un sms ad una palestinese.

E non è così strano, perché a parte i check point non c’è molta opportunità di conoscersi: scuole, autobus, strade, luoghi sacri e tutto il resto è militarmente diviso, così si condivide un territorio di poco più grande della Sicilia ma non ci si conosce, si parla gli uni degli altri per sentito dire, al massimo per luoghi comuni o per le azioni di forza che ci sono, da un lato e dall’altro.

Dopo qualche giorno a Gerusalemme mi rendo conto che bastano 10 minuti per passare dalla città vecchia a est a quella ad ovest perfettamente assimilabile ad una città degli Stati Uniti.

La città Santa sembra divisa da un muro invisibile in due parti distinte e separate come in realtà lo sono questi due popoli. Le colpe stanno da una parte e dall’altra.

E poi c’è il muro,così come te lo aspetti alto e grigio, ma quello che non ti aspetti è l’angoscia che trasmette questo serpente che si snoda a tratti tra campi incolti e a tratti pieni di ulivo . E poi sulla collina ingloba una parte di terra perfetta per creare una ridente colonia fatta di casette a schiera tutte uguali con allegri tetti rossi…inquietante.

Cammini per le strade di Gerusalemme e vedi gli israeliani, che dai 17 ai 21 anni fanno il sevizio militare, armati di tutto punto da soli o in branco che presiedono una delle porte di ingresso alla Città vecchia o che vagano in cerca di chissà chi.

E poi ci sono i palestinesi famosi perché ogni tanto hanno il vizio di esplodere.

Ma l’angoscia da sicurezza tanto in voga di questi tempi svanisce perché comunque i bambini giocano per strada, le donne vanno al mercato, i turisti giapponesi fanno le foto e i pellegrini cercano risposte. Tutto sembra scorrere normalmente, ma di normalità c’è né davvero poca.

Si è in uno stato di guerra perenne, in qui il quotidiano è costruito per creare assuefazione a situazioni talmente assurde che somministrate un po’ alla volta entrano nella routine e diventano pezzi di vita

Aspettare sette ore in un check point in attesa che i 3 ragazzini di turno trovino qualcosa di meglio da fare non può essere parte di una quotidianità,o attraversare strade di campagna per 70km per arrivare in un posto, perfettamente collegato con una nuovissima strada, che disto 30km non è concepibile. Ma qui succede anche che un giorno il governo israeliano si accorge che la tua casa è proprio in una zona archeologica o in zona militare e semplicemente l’abbatte,senza troppe spiegazioni, con un preavviso di poche decine di minuti. E non è raro vedere anziani che portano vecchie chiavi arrugginite al collo.

E poi ne vogliamo parlare di tutta questa serie infinita di internazionali che orbitano intorno al caso Palestina?dei pazzi o cosa? coraggiosi o incoscienti? ma non sarà mica che la cooperazione è funzionale all’occupazione? Non c’è dubbio che da la possibilità al governo israeliano di non porsi troppo il problema sulle conseguenze del suo operato: togli l’acqua e comunque qualcuno troverà il mondo che non muoiano, affama il villaggio e qualcuno arriverà a portare qualcosa, intanto la popolazione rimane soggiogata, quieta e quiescente.

In generale tutti ti chiedono cosa ne pensi della situazione, hanno storie da raccontare e rabbia da contagiare, ma il bisogno di normalità assopisce il resto.

Conosco tante persone, tante storie ma c’è anche chi di questa situazione non ne vuole parlare, che della guerra e dell’occupazione neanche ne vuole sentire, lui queste cose ce le ha negli occhi, azzurri come quelli di molti palestinesi. Ma noi siamo qui anche e soprattutto per conoscere e per sapere. Lui finirà la scuola e poi andrà via, forse in Italia o forse in Inghilterra, del resto ha gia un paio di fratelli in giro per il mondo.

Tutti sognano di andare via, ognuno ha le sue ragioni…c’è chi vuole andare in Messico perché lo ha visto nelle telenovele, ma quasi nessuno è mai stato ad Al-Quods, Gerusalemme, il centro del mondo in cui tutto ha avuto inizio e forse avrà anche fine.

Mi chiedo se è tutto come me lo aspettavo? No. L’idea che il conflitto venga normalizzato tramite la routine e cosi si perpetua mischiandosi alla quotidianità delle azioni mi fa rabbia. Ma cosa mi aspettavo da un popolo in lotta da 40 anni ad armi impari che perde pezzi (letteralmente) ad ogni scontro?Non lo so, ma di sicuro non che si possa abbassare la testa, questo no.

Giovanna Messina

18
Apr

MACERIE E SPERANZE NEL CAMPO DI NAHR EL BARED


Da dove ricominciare? Questa è la domanda che mi assilla, mentre cerco di camminare tra le macerie del campo profughi palestinese di Nahr el Bared… forse il mio volto esprime le mie perplessità, chissà forse questo è il motivo per il quale un anziano signore si avvicina e mi chiede se ho bisogno di aiuto; aiuto io? lui ha perso tutto, era un fotografo, aveva uno studio al di là delle macerie, dove l’esercito libanese nasconde ulteriori disastrose macerie…ha perso le attrezzature, la propria abitazione, ma non la voglia di ricominciare a vivere…certo, se qualcuno ci aiutasse veramente….!

Il New Camp, la parte meno danneggiata (si fa per dire) del campo di Nahr el Bared, è stata riaperta il 5 ottobre 2007, a cinque mesi dall’inizio di un conflitto le cui ragioni ultime non sono ancora manifeste in tutta la loro chiarezza. Nessuna motivazione, in ogni caso, potrà mai giustificare un simile scenario di distruzione.

In Libano esistono 12 campi ufficiali istituiti per accogliere i profughi palestinesi nel 1948, a seguito dello scoppio del primo conflitto arabo-israeliano, la Catastrofe (Nakba). Obbligati a fuggire dalle proprie abitazioni e dai propri villaggi, gli ormai anziani palestinesi sperano ancora di potere fare un giorno ritorno alla propria terra, che, “promessa” o meno che sia, rappresenta il simbolo di un identità e di un popolo. I profughi stanziatisi in Libano, in via temporanea, accampati in tende o rifugi d’emergenza, con il passare del tempo si sono quadruplicati, di generazione in generazione; il territorio a loro disposizione è rimasto pressoché invariato, mentre le tende si sono trasformate in palazzine strette e buie, da dove non filtra né aria né luce.

Senza diritti, in un limbo giuridico che non avrà probabilmente mai fine, i profughi residenti nel campo di Nahr el Bared (a 10 Km di distanza dalla città di Tripoli, nel Nord del Libano) sono negli anni riusciti a dar vita ad un sistema economico dinamico, che ha permesso loro di estendere le proprie abitazioni al di fuori del perimetro originario del campo e di potere migliorare la qualità della vita…ma tutto ormai è andato distrutto….

Il 20 Maggio 2007 iniziano gli scontri dentro il campo tra il gruppo estremista Fatah al Islam e le truppe dell’esercito Libanese; i militanti Fatah al Islam, le cui origini non sono palestinesi, si erano recentemente infiltrati dentro il campo per sfuggire dalla giurisdizione libanese (secondo gli Accordi del Cairo del 1969, all’interno dei campi profughi palestinesi l’autorità politica e militare libanese non ha effetti: i campi sono gestiti da UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei profughi palestinesi rifugiati nel Vicino Oriente). L’esercito ha attaccato il campo fino ad annientare la cellula terroristica; gli scontri, terminati il 2 settembre, hanno causato 169 vittime tra i militari dell’Esercito Libanese, 287 tra i militanti, e 47 vittime civili, oltre la distruzione del campo e lo sfollamento di circa 35.000 persone. Tra la fine del conflitto e il primo giorno di riapertura del campo, la distruzione è però probabilmente continuata, il fuoco è stato appiccato ovunque, le case sono state spogliate di qualsiasi cosa, le infrastrutture sono andate totalmente distrutte. Le responsabilità dell’esercito nel completamento del processo di distruzione non sono state ufficialmente accertate, eppure il sospetto aleggia tra i profughi palestinesi che hanno fatto ritorno al campo, che si svegliano ogni mattina tra le macerie e hanno davanti a loro i carri armati dell’esercito libanese, a presidio del campo come a ricordare che quella terra non è più loro. Il limbo tra il Libano e la Palestina diventa più difficile da vivere per i Palestinesi di Nahr el Bared.

Articolo e foto di Margherita Maniscalco

17
Apr

Primo post..

Ci siamo…primo articolo del blog di Aljanub…più che un articolo una prova…D’ora in poi si fanno post seri!