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19
Apr

Birmania: una crisi infinita.

Come sempre l’informazione italiana (perlomeno quella televisiva) è abile a riportare notizie dal Sud del mondo solo nel momento in cui l’argomento trattato è oggetto di scandalo internazionale. Passa qualche giorno e la preoccupazione generale dei mass media diminuisce, fino a scomparire del tutto. Sembra che tutto sia tornato come prima, che il problema sia stato risolto, ma purtroppo non è così. E’ il caso della Birmania, guardata con grande apprensione durante la rivolta pacifica iniziata nel settembre 2007 e poi dimenticata per far spazio a notizie più fresche e meno inquietanti. Facciamo un breve riassunto di come il popolo birmano è stato sottomesso negli ultimi 50 anni. Il concetto di “democrazia” in Birmania non esiste più dal 1962, anno del primo colpo di stato capeggiato dal Generale Ne Win. Prima di allora, in seguito all’indipendenza, la presunta condizione di tranquillità che si stava creando in Birmania fu compromessa dalle rivendicazioni armate della guerriglia formata dalle minoranze etniche (kachin, karen e mon), prontamente repressa dal governo centrale. Per 26 anni il regime di Ne Win dominò incontrastato il paese, portandolo al collasso sociale ed economico . L’8 agosto del 1988 però un grosso movimento popolare composto di monaci, studenti e altri civili riuscì a destabilizzare il regime ventennale di Ne Win, costringendolo alle dimissioni. Durante la famosa “rivolta 8888” il popolo birmano pagò purtroppo con un numero elevatissimo di perdite umane questa voglia di cambiare. I tumulti dell’88 hanno comunque lasciato un segno durevole nella gente. Fu proprio in quella occasione che emerse la figura più rappresentativa della battaglia per la democrazia del popolo birmano: Aung San Suu Kyi. La speranza birmana era da lei simboleggiata. Nel 1990 si tennero le prime elezioni libere nel paese, e il risultato ufficiale lasciava ben sperare: quasi l’80% dei voti per il partito della San Suu Kyi (NLD). Tuttavia il voto popolare fu dichiarato nullo dallo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di stato) e fu lasciato campo libero all’ascesa del nuovo dittatore Than Shwe. Quest’ultimo è tuttora a capo dell’organo di governo birmano, rinominato quasi per un cinico gioco di significati “Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo”. Aung San Suu Kyi vive dal ‘92 un decennio dettato da arresti ingiustificati e temporanee scarcerazioni. Ci avviciniamo ai nostri giorni. E qui sorge un dubbio: sappiamo davvero com’è andata la rivolta del settembre scorso? Facciamo il punto della situazione. Tutto è iniziato con una pacifica protesta contro l’eccessivo prezzo della benzina, con in prima linea i monaci buddisti . Solo dopo la repressione armata del regime la protesta si è trasformata in dura contestazione nei confronti del governo di Than Shwe. Il sentimento comune del popolo birmano si è manifestato con una naturalezza disarmante; questa nuova protesta sembrava inevitabile. Ci sono molti aspetti della rivolta che i giornali italiani non ci hanno mostrato: reclutamenti forzati di bambini tra le file dell’esercito, dietro minaccia di arresto ai familiari; torture perpetuate (e mai menzionate) ai danni dei monaci; ma anche spaccature all’interno dell’esercito, con intere divisioni che sono passate dalla parte del popolo o generali che non danno seguito all’ordine di sparare. Le reazioni dei leader delle grandi potenze mondiali sull’accaduto non sono state particolarmente esaustive. Cina e Russia in sede di Consiglio di Sicurezza hanno posto subito il veto sulla possibilità di trovare una soluzione comune, sostenendo che erano affari interni alla Birmania. In realtà, entrambi gli stati sarebbero stati colpiti indirettamente da un’eventuale sanzione economica imposta alla Birmania, visto che intrattengono forti relazioni economiche col paese in questione. Ancora una volta gli interessi economici delle superpotenze prevalgono sui reali bisogni del popolo, costretto a sopportare, senza il supporto dei potenti del mondo, i soprusi dell’esercito. Anche se gli scontri non sono così violenti come quelli di settembre, l’esercito continua nella sua opera di repressione. Le speranze per una risoluzione della crisi permangono, anche se le ultime notizie non sono così confortanti. Aung San Suu Kyi (tuttora agli arresti domiciliari) ha goduto della possibilità di incontrare i membri del suo partito, e si è ritenuta profondamente insoddisfatta dell’operato della giunta militare, accusata di aver continuato ad arrestare i dissidenti anche dopo le consistenti pressioni internazionali (ad opera della società civile, non certo dei governi…). Le ultime parole della San Suu Kyi fanno riflettere: ”bisogna sperare al meglio e prepararsi al peggio”. Ciò implica uno sforzo ancora più consistente della società civile; soprattutto manteniamo sempre vivo il nostro interesse verso ciò che accade giornalmente in Birmania. Non dimentichiamocene, commetteremmo un grosso sbaglio.

Per sapere di più su cosa continua ad accadere: www.bloggersforburma.blogspot.it
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Fabrizio Cacciatore